Introduzione
Circa due mesi fa è stata dichiarata la pandemia del virus Covid-19 da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e molte nazioni hanno adottato misure più o meno drastiche per ridurre il contagio. In questo momento, l’Italia è passata dalla fase di lock-down (prima fase) alla fase due, in cui ci sono state le prime riapertura di attività commerciali. Sono state adottate nuove linee guida. In base all’esperienza vissuta da altri paesi del mondo, che hanno affrontato e stanno affrontando questa emergenza, è ormai chiaro che la tecnologia sarà fondamentale per prevenire ulteriori contagi provocati dal Coronavirus. Tutti i continenti sono coinvolti in questa lotta.

L’esperienza maturata in altri paesi come Cina, Corea del Sud e Singapore, ha posto le basi per lo sviluppo di sistemi atti a contrastare la diffusione del virus. Tuttavia, sono state messe in evidenza diverse problematiche che possono nascere dall’uso dei dati personali raccolti con questi sistemi, in particolare con le app per il tracciamento sui nostri smartphone.

L’importanza della diagnosi effettuata in tempi brevi e della quarantena rigorosa per i casi positivi accertati da Covid-19 è innegabile. Ma una volta che un nuovo caso viene accertato, è necessario capire con quali persone il contagiato è entrato in contatto nei giorni precedenti. È quindi necessario far partire quel processo che viene chiamato contact tracing.

Contact Tracing
Si tratta di una pratica descritta in un protocollo specifico dell’OMS e consiste nella identificazione dei contatti tra le persone intervistando il contagiato. L’obiettivo è ricostruire i suoi spostamenti ed elencare le persone con cui ogni soggetto è entrato in contatto. Queste potrebbero essere veramente numerose, se pensiamo ad amici, parenti, colleghi di lavoro e ogni altra persona con cui ci può essere stata una certa interazione.

Dopo aver valutato la probabilità di contagio, si contattano le persone della lista per avvertirle della possibile esposizione e si consiglia loro di prendere precauzioni o di stare in quarantena, senza aspettare che i sintomi (eventuali) si manifestino. Dopo si continua il monitoraggio con controlli periodici.

È chiaro che si tratta di un processo abbastanza lungo. Soprattutto è molto difficile riuscire a ricordare ogni spostamento e tutte le persone con cui ci può essere stata una certa vicinanza – per esempio tra le corsie di un supermercato – nei giorni precedenti alla conferma di contagio.

A questo scopo possono venirci in aiuto la tecnologia e le app dei nostri smartphone. Questi dispositivi hanno l’enorme vantaggio di essere ormai molto diffusi e di essere sempre portati con sé dalle persone.

Le tecnologie utilizzate nelle app per il contact tracing digitale
Alcune delle tecnologie che possono essere utilizzate per effettuare un contact tracing automatico sono ormai molto comuni e le utilizziamo tutti i giorni. Parliamo del Bluetooth, del Wi-Fi, del GPS per citare quelle che sono comprese nella maggior parte dei nostri sempre presenti smartphone.

Tutte queste tecnologie si basano sulla propagazione delle onde elettromagnetiche nell’aria per far comunicare due o più dispositivi, senza che ci sia alcun contatto tra di essi. Ciascuna di queste tecnologie ha i suoi pregi e i suoi difetti. Di seguito parliamo di geolocalizzazione GPS, localizzazione tramite celle telefoniche, reti Wi-Fi e Bluetooth BLE.

La tecnologia di geolocalizzazione GPS (Global Positioning System) consente di ottenere le coordinate di qualunque punto della Terra. Potrebbe essere vantaggioso quindi registrare i percorsi di tutte le persone durante gli ultimi 15 giorni. Queste informazioni possono essere poi analizzate nel caso in cui si trovi una persona positiva al Covid-19 per individuare tutti coloro che potrebbero essere entrati in contatto con il malato. Questa soluzione tuttavia ha evidenti problemi di privacy perché raccoglie informazioni sulla posizione dell’utente, che possono essere salvate all’interno degli smartphone o inviati a server. I dati personali in questo caso sono sensibili.

La localizzazione tramite le celle della rete telefonica cellulare analizza la potenza del segnale radio di ogni cella telefonica rispetto alla stazione radio base a cui si è connessi (che ha coordinate geografiche note) e viene determinata la distanza da questa in base alla conoscenza dell’attenuazione dell’ambiente. Questo sistema risulta molto impreciso per una applicazione di questo tipo.

Le reti Wi-Fi consentono di geolocalizzare gli smartphone connessi perché è nota la posizione del punto di accesso alla rete Internet e la distanza relativa da esso di ciascun telefono. Inoltre è possibile contare i dispositivi connessi ad una rete per verificare l’affollamento di un’area e tracciare gli utenti. Altri algoritmi sfruttano la presenza di più Access Point nella stessa area per effettuare una sorta di triangolazione del dispositivo della persona e ricavare abbastanza precisamente la sua posizione. Uno degli svantaggi principali del Wi-Fi è che non è diffuso in tutte le aree delle città, quindi poco adatto al tracciamento dei contatti tra le persone, che potrebbero avvenire ovunque.

Il BLE (Bluetooth Low Energy) è una tecnologia di comunicazione radio a corto raggio ampiamente diffusa che riduce notevolmente il consumo di energia rispetto al Bluetooth tradizionale ed è pensata per applicazioni per il fitness, l’assistenza sanitaria, l’intrattenimento e per i processi di beaconing (emissione di segnali ad intervalli regolari). In particolare, una modalità di utilizzo del BLE degli smartphone abilita i dispositivi di scambiarsi segnali con informazioni che permettono anche in base alla potenza di questi di ricavare vicinanza e durata del “contatto” con un altro dispositivo. Con questa metodologia non viene quindi determinata la posizione esatta della persona (come avviene con il GPS), ma solo la vicinanza con altre persone. Per queste caratteristiche il BLE sembrerebbe la migliore tecnologia per la realizzazione del contact tracing digitale ed è la soluzione che sta per essere applicata in molti paesi.

Contact Tracing vs Tracking delle persone: l’esperienza degli altri paesi nel mondo
Nei paesi occidentali la lotta contro la diffusione del Nuovo Coronavirus ha aperto un dibattito sulla tutela della Privacy delle persone nei sistemi tecnologici prima che qualunque app per monitorare la diffusione del virus potesse essere pensata.

Nei paesi orientali gli eventi sono andati alquanto diversamente: nei primi paesi colpiti dalla pandemia (Cina, Corea del Sud e Singapore), dove le città arrivano ad ospitare decine di milioni di abitanti, sono state attuate misure restrittive e di controllo molto pesanti, con approcci che risultano coerenti con la storia, la cultura e l’infrastruttura di ciascun paese.

L’approccio della città di Singapore (6 milioni di abitanti) è stato molto deciso. Grazie al National Centre for Infectious Diseases (NCID) istituito durante le passate epidemie di Aviaria e H1N1, la risposta è stato immediata e tutti i casi di influenza e polmonite sono stati monitorati o tenuti in quarantena. La ricerca delle persone venute in contatto con un positivo è stata portata avanti dalla polizia con ogni mezzo, come ad esempio la videosorveglianza. L’app per contrastare la diffusione del contagio viene usata solo dalle persone sottoposte al regime di quarantena e che quindi hanno ricevuto la notifica ufficiale di restare a casa per un possibile contagio, cosa che succede anche quando si entra nel paese. In questo caso si deve rimanere a casa per 14 giorni, e le autorità si assicurano che la quarantena sia rispettata inviando messaggi di testo o effettuato chiamate a casa del contagiato a diverse ore del giorno. Il paziente usa l’app per condividere la sua posizione col GPS del suo cellulare, premendo un bottone, ed effettuare delle foto all’ambiente circostante per confermare dove ci si trova. La premialità e le pene severe hanno permesso a Singapore di raggiungere già al 13 Marzo, il traguardo di 178 casi positivi e 0 decessi.


L’app per il contact tracing utilizzata a Singapore, Trace Together, utilizzata nella cosiddetta fase 2, si basa sul bluetooth, diversamente da quella usata in Corea del Sud e in Cina che localizzano la persona col GPS. Il funzionamento è semplice: basta installare l’app e attivare il bluetooth. Se ci si avvicina ad un altro dispositivo sul quale è installata l’app, i due smartphone si scambiano un ID (anonimo) e altre informazioni criptate che permettono di rintracciare l’altro telefono, determinando anche la durata del contatto, ma solo in caso di contagio di una delle due persone interessate. Purtroppo, essendo il suo uso su base volontaria, perché ci si è affidati al senso civico della persone, si stima che solo il 20% dei cittadini l’abbiano installata sui loro smartphone. Tale dato porta la probabilità di contatto tra questi al 4% che è veramente troppo bassa perché si possa realizzare un contact tracing automatico efficace.
Questo ha portato Singapore a una seconda ondata che si è registrata da metà marzo, avendo la città abbassato troppo presto le misure prese per il contenimento del contagio.

In Corea del Sud, nonostante il sistema sanitario avanzato e la cultura storica della popolazione, la debolezza politica non ha permesso un intervento tempestivo come a Singapore. Il primo focolaio si è inizialmente diffuso all’interno di una stretta cerchia religiosa a Daegu (congregazione Shincheonji di Gesù), per cui è stato semplice individuare i primi contagiati. La particolarità di questo paese è stata nell’uso che è stato fatto della tecnologia. L’applicazione governativa Corona100 incrocia i dati del GPS dell’utente con quelli rilevati dalle autorità e avvisa quando ci si avvicina a meno di 100 metri da un contagiato, informando quindi la popolazione della prossimità con un contagiato e dei rischi di frequentare luoghi contaminati. La strategia ambigua seppur vincente del governo è stata quella di usare l’app come leva culturale per l’osservanza del confinamento in quarantena. In caso di violazione, le autorità attivano una serie di messaggi che descrivono i movimenti delle persone infette suscitando la vergogna pubblica. I testi, seppur anonimi, sono talmente dettagliati da permettere alla persona interessata di riconoscersi e generare il senso di essere controllati, favorendo l’autolimitazione di queste persone. Il sistema, oltre che i forti problemi di rispetto della privacy, ha fatto rilevare anche un altro punto debole di questi strumenti che, se centralizzati come in questo caso, non sono facilmente scalabili.

In Cina gli strumenti adottati sono stati il rigoroso distanziamento sociale ed i blocchi nella zona della città di Wuhan, oltre a un pesante monitoraggio pubblico indiscriminato dei cittadini, con l’uso di strumenti a livello psicologico, per veicolare i comportamenti verso una adesione capillare alle misure adottate. L’epidemia ha fatto emergere un sistema di controllo già attivo pesantemente basato sulla tecnologia, l’intelligenza artificiale e i big data.

In questo caso è stata usata un’app già esistente e ampiamente diffusa: WeChat. Si tratta di un’app che le persone usano tutti i giorni per le loro attività quotidiane, come chattare, inviare foto, viaggiare, fare acquisti o prenotare una visita dal medico. Questa è stata resa interoperabile con il sistema di controllo già esistente, che acquisisce dati della videosorveglianza, delle facilities delle smart cities, oltre che eseguire data mining dalle comunicazioni tra i cittadini e li invia al database centralizzato (Common Data Environment).

L’applicazione prevede l’uso di plugin, ovvero funzionalità aggiuntive non ufficiali che possono essere integrate in essa. Il “plugin” sviluppato dal governo cinese si chiama HealthCode e si basa su un progetto pilota che aveva scopo iniziale di limitare la libertà personale e d’acquisto dei debitori, negandogli la possibilità di spendere il proprio denaro o viaggiare, e notificando agli altri utenti la presenza del debitore a meno di 500 metri.

In una sezione dedicata è possibile verificare il proprio codice di colore (col verde si può circolare, col giallo e rosso si deve stare in quarantena) e quello dei vicini inserendo il loro ID, generando un clima di controllo reciproco come parte integrante della strategia adottata. In base alla permanenza nelle aree con presenza di contagiati, il colore potrebbe cambiare da verde a giallo, che significa una quarantena di 15 giorni per quella persona. I casi positivi confermati hanno codice rosso. In farmacia, l’acquisto di farmaci riconducibili a Covid-19 fa attivare automaticamente un alert nell’app e si possono subire accertamenti da parte delle autorità. È possibile anche inserire il numero di un mezzo pubblico per verificare se si è viaggiato con un caso confermato di Covid-19. Dato che il 90% dei pagamenti viene tracciato, il governo sa in tempo reale chi ha viaggiato e dove. Si può anche scaricare la cronologia dei propri spostamenti degli ultimi 14 giorni. L’app viene utilizzata per scansionare un Qr-code all’ingresso di negozi e sul posto di lavoro, ma anche per accedere ai mega-condomini che sono controllati da moderni sistemi domotici.

In Israele è stato addirittura attivato lo stato straordinario di guerra e una legge che permette di tracciare i dati dei cellulari dei cittadini senza bisogno di alcuna ordinanza di un magistrato. Il premier ha confermato l’intenzione di localizzare e mettere in quarantena gli infetti e i potenziali infetti verranno informati e obbligati a stare in quarantena per 14 giorni. L’app Hamagen (scudo) è obbligatoria. Questa traccia tutti gli utenti e incrocia i dati per individuare possibili contatti con positivi al Covid-19 e, se li trova, collega direttamente il telefono del proprietario col Ministero della Salute per informarlo sul comportamento da tenere, come mettersi in auto-quarantena per 14 giorni.

Paesi come Russia, Gran Bretagna e Stati Uniti hanno annunciato che saranno utilizzate app di contact tracing con caratteristiche simili a quelle usate nel resto del mondo, che però non sono state ancora ben definite e annunciate. L’Islanda punta sulla geolocalizzazione. Brasile e Vietnam per ora hanno solo app pubbliche per monitorare i pazienti in regime di telemedicina.

Conclusioni
Ad oggi ciò che ci sembra più chiaro è che il successo di questi sistemi per i contact tracing automatico sia legato alla percentuale di partecipazione nell’uso di queste soluzioni, indipendentemente dal fatto che tali app siano d’uso volontario o obbligatorio.
L’OMS afferma infatti che alla base del successo delle misure adottate in alcuni paesi asiatici ci sia proprio l’eccezionale livello di comprensione ed accettazione delle limitazioni da parte della popolazione e questo è dovuto, oltre che a un fattore culturale, anche alle tecniche rieducazione mirata utilizzate per l’orientamento massivo delle abitudini.

La scelta delle caratteristiche di un sistema per la soluzione a un problema così importante comunque non è certo semplice, soprattutto quando si ha a cuore il bilanciamento tra la salute delle persone e il diritto alla libertà delle stesse, e non il semplice controllo indiscriminato che va oltre lo scopo delle stesse misure applicate e che dovrebbe rimanere sempre quello di bloccare la diffusione del Nuovo Coronavirus.